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Testimonianze
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DIARIO DI UNA ECOTURISTA. DI SIMONA FRASCA (2009)
Ci sono viaggi economici, rilassanti e confortevoli. Si mangia bene, ci si diverte e si è condotti in gregge a visitare luoghi che rimarranno sepolti nella mente, in quel momento troppo impegnata a pensare al confort della notte appena trascorsa nel villaggio turistico blindato, alla piscina ed al consueto spettacolo serale. La popolazione locale apparirà distante, curiosa e buffa. I soldi spesi saranno ripartiti tra i numerosi attori bianchi che costruiranno il viaggio, agli “indigeni”, oltre ai danni ambientali, sociali e culturali dovuti alla presenza dei turisti, non resterà nulla.
Cosa c’entra questo con il viaggio raccontato da Simona Frasca in questo diario ? Assolutamente nulla, semplicemente ne rappresenta l’antitesi. Le pagine scritte da Simona nel corso della spedizione di ecoturismo in Perù (testo corsivo) e le considerazioni con cui ha integrato il diario al rientro in Italia (testo normale), vogliono infatti raccontare alcuni momenti significativi di un’esperienza di turismo responsabile che ha visto nell’interscambio culturale, nell’equa distribuzione degli introiti economici e nella minimizzazione degli impatti ambientali e socio-culturali, i suoi principali obiettivi.
Ci auguriamo che questo diario, arricchito da numerose foto scattate dall’autrice stessa, possa spingere i nostri più interessati lettori a voler vivere personalmente quest’esperienza di turismo responsabile che riproporremo a partire dal prossimo mese di Luglio.
A titolo personale ed a nome di Terra e Popoli, ringrazio infine la “nostra” Simona per averci autorizzato a rendere pubblico un diario inizialmente scritto per essere custodito nel suo personale cassetto dei ricordi.
L’intenzione è di scrivere tutto, ma so già che è un’utopia, non tutto le parole possono dire.
Un mese fa finiva la nostra spedizione nella Selva Centrale del Perù in visita a varie comunità native d’etnia Yanesha. Differenti altezze per differenti paesaggi, ma sempre grandi emozioni date da quella Natura incantata che ti avvolge e conquista i tuoi sensi.
Io ho lasciato pezzetti di cuore ovunque, sono ancora lì a bighellonare scorazzanti per la Selva, a sorridere con la gente, ad apprezzare con orgoglio che anch’io faccio parte di Questa Natura, che è l’unica cosa che crea e vive.
Comprendo pienamente perché gli Yanesha non si siano fatti corrompere dalla cosiddetta “civiltà”. Hanno tutto ciò di cui si ha bisogno, forse anche di più.
Il vantaggio di vivere a contatto con una natura così autentica è quello di saper apprezzare le piccole cose. Non serve più sapere che ore sono e non c’è neanche il rischio di annoiarsi, c’è sempre da fare. Con gli Yanesha si chiacchera, si ride sempre e si condivide tutto, in un’armonia che sgorga naturalmente, come l’acqua della più pura fonte.
Quale fortuna possiede una farfalla! Trascorre tutta la sua vita, che a volte dura solo un giorno, in quell’incanto. Con i suoi colori fa sognare i visitatori che pensano sia un dono della sorte, un regalo eterno alla vista. Colori che non si possono descrivere, ma che rimarranno impressi per sempre tra i miei ricordi.
Non so che ore siano perché non posso accendere il telefonino, so però che sono in volo. Un’emozione che avevo dimenticato, una forte spinta d’acceleratore, così come quando stiri le marce in una moto, la differenza è che la moto impenna, l’aereo vola. Adesso l’unica cosa certa è che c’è l’oceano sotto il mio sederino. Dodici ore e 20 minuti! Quanto tempo per raggiungere la meta! Ma il viaggio è fatto perché è sentito.
Terra!!!! Ci vorranno altre 3 ore, ma adesso abbiamo l’America sotto i piedi, il Grande Sud.
Sorvoliamo le Ande a 11.000 metri e siamo già sopra la Colombia, tra due ore e mezzo arriveremo a Lima.
Sappia la maestosa cordigliera che mi ha fatto emozionare, mi sono venuti gli occhi lucidi quando all’improvviso le nubi sono andate via e lei imponente si è mostrata ai miei umili occhi.
La mia compagna di viaggio, una signora peruviana, mi guarda compiaciuta. È orgogliosa della sua terra, di come mi emoziona e, cosa non meno importante, di come emoziona lei stessa.
Le rivolte degli indigeni hanno scosso il Perù e da domani comincerà uno sciopero nazionale dei trasporti. Unica soluzione è quella di partire da Lima questa stessa notte, affittando un’auto che, dopo sette ore, ci condurrà a Villa Rica, dall’altra parte della Cordigliera.
Lima, città grigia e cupa, ma ricca di colori, di gente dalle più svariate facce, gente cattiva, gente pronta a difenderti solo perché sei straniera. Tipica città del Sud, è proprio come me l’aspettavo: povera, caotica, con mezzi di trasporto e bancarelle alternative, in stridente contrasto con la piazza principale ed il fastoso palazzo del presidente Alan Garcia, che del Perù non conosce nulla.
Dunque si parte, luna piena, sagome maestose di montagne, potenza della natura, aspre e infinite, arrivano a 4000 metri di splendore e noi dovremo scavalcarle.(>> torna all'indice )
Villa Rica, 8 luglio 2009
“Buenos dias”! Mi trovo a Villa Rica, un piccolo borgo coloniale immerso nella Selva. Domani partiremo per la prima comunità e si inizierà a faticare. Ho un po’ di paura, ogni tanto mi manca il fiato, è come se avessi un’insolazione, un mal di testa strano.
Oggi la giornata è stata molto rilassante. Ci siamo svegliati alle 8 circa, colazione con uovo fritto e panini con marmellata. Passeggiata al mercato con tanto di foto alle donne andine, bellissimo. Pranzo in un ristorantino, più buono di quello di ieri. Quando siamo arrivati la proprietaria ha chiuso i gatti in un cassetto. Abbiamo mangiato la zuppa con la pasta scotta ed un secondo di riso e carne, cipolla, pomodoro e patatine fritte passati in padella. Buono.
Mi piace stare in questo borgo, tutti ti sorridono. Inizio a conoscere i miei compagni di viaggio: Lorenzo, simpatico e sbadato, ma senza dubbio è l’unico che se la sbriga, poi riesce a scherzare e ad essere sorridente sempre; Lisa, eccentrica ma simpatica, parla tanto ed in tutte le lingue;Valeria, tanto piccola quanto grande, parla poco ma mai a sproposito; Virginia, lei si che a volte parla troppo ma mi fa ridere.
Poi c’è Pepe, un peruviano di 24 anni che sarà una delle nostre guide. Ancora non lo conosco bene, ma sorride sempre e si mangia le parole. Poi c’è Roger, un peruviano di una comunità nativa, ha un viso bellissimo da nativo, due enormi spalle e mi sembra una guardia del corpo. Nel negozietto dove oggi abbiamo comprato la “maca”, un’erba energizzante, ha controllato il resto che mi ha dato il proprietario dal dente d’oro.(>> torna all'indice )
Comunità di ÑAGAZU, 9-10 luglio 2009
Le parole non possono spiegare tutto quello che provo. Sono a Ñagazu, la prima delle cinque comunità Yanesha che visiteremo. Julio, il capo della comunità, mi ha appena detto come si dice “stella” in lingua Yanesha e poi mi ha indicato la Croce del Sud. Sono tutti gentili e sorridono sempre. Mi dispiace non conoscere bene lo spagnolo, ma per esprimere dei sentimenti non è indispensabile.
Oggi abbiamo visitato la cascata Yoma’zas. Il tempo minacciava pioggia, ma Julio ha preso un po’ di terra e ha disegnato sulle nostre fronti una croce che ci ha protetti per tutto il cammino, dandoci la possibilità di ammirare acque cristalline e piante dai mille poteri.
Ho assaggiato un chicco di caffè da un piccolo albero dai frutti gialli e rossi che contengono la fragranza tanto amata.
Io e Virginia siamo ospiti della famiglia di Julio e si ride sempre. Ritorno da loro, adesso faremo un falò.
Siamo ancora a Ñagazu, secondo ed ultimo giorno. Oggi siamo saliti sul monte Santacapen, sino al belvedere da dove si ammira il monte Otenahuan. Adesso, dopo il pranzo,ognuno è con la propria famiglia. Io sono rimasta con Cecilia, Yefari e Virginia. Julio e sua moglie Patricia ci sono appena passati davanti con un cesto pieno di biancheria, vanno al fiume. Cecilia ha dieci anni,Yefari soltanto due, credo abbia un pò timore dei miei occhi azzurri, ma poi si convince con i sorrisi e ci divertiamo tutti insieme a fare le foto e ad ammirare gli scatti. Sono magici questi stranieri.
Stamattina, alla partenza per il belvedere, Yefari ha iniziato a piangere come un matto, non voleva che suo padre lo lasciasse a casa. Julio e i suoi figli hanno un rapporto da invidiare, è bello ammirarli seduti per terra, sul patio del nostro grande dormitorio, mentre ridono e giocano.
Arrivati in cima al monte, scopro che anche per i due piccoli è la prima volta. Julio mi spiega che lo spirito del “Malaire” potrebbe impossessarsi dei bimbi se non vengono accettati dalla Terra. Per scongiurare ciò, il capo ci segna un’altra volte la fronte con la terra, disegnando una croce. Io ci credo e do fiducia alle sue parole ed alla Terra.
Il pomeriggio a Ñagazu è libero. Ne approfitto per scendere giù all’ingresso della comunità, mi hanno detto che c’è un telefono, siamo ancora vicini a Villa Rica e posso così far sorridere mia madre.
Visitiamo anche la macchina per essiccare e scorticare il caffè. Il faticoso periodo della raccolta sta per finire e decine di sacchi da 80-100 chili di caffè sono portati a spalla dai comuneros. Percepisco un forte orgoglio dei nativi per questo gioiello di tecnologia, ma io non faccio altro che pensare ai distinti signor Lavazza e company seduti sulla scrivania al 97° piano del loro mega albergo con vista.
I tristi pensieri poi svaniscono con le risate per la prova di tiro con l’arco. Fra gli italiani solo il nostro Lorenzo riesce almeno per una volta a beccare il bersaglio, i miei complimenti.
La madre di Fabian, uno delle persone che ci ospita, ci invita a casa sua per un caffè con tanto di biscotti e racconti. Lei dice che domani sarà triste perché noi andremo via.
È l’ora della cena, non si può tardare. È l’ultima sera e ci aspettano i saluti finali attorno ad un altro falò. Mangeremo per l’ultima volta nella cucina della signora Patricia. Le sedie non bastano per tutti ed io e Virginia abbiamo il privilegio di mangiare per prime insieme a Julio e ai due bebè, a seguire tutti gli altri della famiglia e chi si trova a passare davanti alla cucina.
Ricordo ancora il chiarore e il tepore di quel fuoco, in quella notte stellata, dove anche la luna innamorata di Venere guardava quegli uomini riuniti. Ricordo i racconti del Professore, i canti e i balli Yanesha. Ricordo il canto italiano, stonature a parte, premiato con sorrisi e applausi fraterni. Un turbine di culture, un intersecarsi di sorrisi. Nagazù è stato il mio primo approccio con la cultura Yanesha, mi sono sentita a casa. Ho letto negli occhi delle gente il piacere di avermi fra di loro, di farmi scoprire ed apprezzare le loro origini, il loro essere Nativi di quella Terra. Non mi sono mai sentita una turista, una sconosciuta da trattare bene, mi sono sentita una figlia della Terra, un ospite ben voluta e coccolata. Tutto senza sforzi, tutto con una naturalezza che è difficile da descrivere. È come se fossi diventata per pochi giorni, la figlia maggiore di Julio, la nipote della signora Manrige e l’ex alunna del professore. Tutti mi hanno regalato segreti, anche Cecilia e i suoi piccoli fratelli. Conserverò gelosamente i loro disegni e i loro sforzi per farmi capire lo spagnolo. Adesso so cosa fare se piove in mezzo alla foresta e conosco il nome ed i segreti di tante piante che la nostra Madre ci regala. Capisco perché le montagne sono sacre e il fiume fonte di vita, elementi da rispettare, ammirare e conservare.
L’ultimo risveglio a Nagazù mette un po’ di tristezza, lasciamo quella realtà che ci ha avvolto per due giorni pieni ed intensi. Tutti i membri della comunità vengono a salutarci, c’è chi ci abbraccia fortemente, chi spera di rivederci presto, chi ci lascia un numero di telefono e desidera un’ultima foto ricordo. Sarei rimasta lì a salutare per ore, pur di non lasciare per chissà quanto tempo quei sorrisi, ma le due auto erano già lì in fondo alla strada ad aspettarci. (>> torna all'indice )
Comunità di MAYME, 11-12 luglio 2009
Basta un’oretta in auto per ritrovarsi in un’altra realtà: Mayme, seconda comunità della nostra spedizione. L’auto ci ha accompagnato fino all’ingresso, passando per Villa Rica, dove due ragazzi inglesi, che saranno nostri compagni di viaggio nel soggiorno in questo paradiso, si sono uniti al gruppo. Siamo a quota undici visitatori, un buon numero per essere il primo esperimento di ecoturismo in Amazzonia. L’undicesimo è Andrea dell’associazione Peruresponsabile, in visita per conoscere queste nuove vie di turismo incontaminato.
La comunità si presenta col suo grande campo, lo “stadio”, a contorno la scuola di un azzurro acceso, varie casette in lamiera e capanne, tutte accolte nel seno di una grande vallata circondata dai monti, verde smeraldo per i fitti boschi che li ricoprono. Delle donne nei loro abiti tipici color terra, le “cusmas”, ci accolgono preoccupate : i lavori per la costruzione dei dormitori sono stati rallentati dalla faticosa raccolta del caffè.
Il capo della comunità è una donna, tutti i rappresentanti, dal turismo alla scuola, dall’asilo alla sicurezza sono donne. Una comunità volta al femminile, donne forti, grintose, con sei, otto figli che sfamano da sole e in più si occupano di tutto quello che c’è da fare nella “chacra”, un piccolo appezzamento di terra coltivato. Gli uomini non si vedono, sono apparsi solamente nel pomeriggio, giocavano a calcio nello stadio.
Vivo a casa della senora Clara coi i suoi cani ringhiosi, Suco e Venanzio, e la pecora che mi ha appena chiamata, non so se per una carezza o una testata.
Ieri ho fatto l’escursione più bella della mia vita: passeggiata, torrentismo, arrampicata, tutto insieme per ammirare le meraviglie di questa Terra, la Selva Alta. Seduta sulle sponde del fiume, guardavo di fronte a me una muraglia di almeno 80 metri di vegetazione ripida e scoscesa, muschi e piante vivevano indisturbate e l’acqua cadeva giù fino al letto del fiume. Colori così verdi e brillanti non ne avevo mai visti, quasi mi inducevano a meditare.
Dopo la lunga camminata di quasi quattro ore, la doccia con tubo di gomma in una cabina di legno, costruita per noi in mezza giornata, mi ha fatto passare tutta la stanchezza. Sono salita sul tetto della mia capanna insieme ad Anais, figlia della senora Clara, e abbiamo chiaccherato accecate da un sole caldo e rilassante, guardando il villaggio dall’alto e la sua vita tranquilla.
Dopo di ciò, tutti allo stadio: c’è una grande partita di calcio, Italia-Perù. Io ed una nuvoletta di bambini giochiamo seduti sull’erbetta fresca nei bordi dello stadio. Posso ammirare le loro capriole spensierate e felici in quella valle diventata il centro del mondo. I bambini giocano a turno con una bicicletta senza copertoni alle ruote, ridono senza invidia e si divertono senza chiedere nulla. Sono attratti dalla mia macchina fotografica, ma senza fatica riesco a fargli capire che è meglio che sia io la fotografa e loro i più divertiti modelli di tutta la Selva. Alla fine le bambine più grandi tirano fuori un pallone da volley e non posso rifiutarmi, un po’ di gioco di squadra tocca anche a me.
L’ultima mattina a Mayme ci sorprende la pioggia e la signora Clara mi spiega che è il benvenuto agli stranieri. In questo periodo dell’anno la pioggia è rara, ma la natura ci vuol ringraziare e ci offre lo spettacolo delle folte nubi bianche sospese fra gli alberi del monte e le gocce di pioggia che dondolano indecise fra le foglie di paglia dei nostri tetti.
Abbiamo visitato ugualmente il grande bambù ed il “Matapalo”, albero secolare gelosamente custodito dalla signora Estela e dai suoi figli, proprio dietro casa, ultimo esemplare della zona, scampato alla deforestazione. Nessuno zoom riesce a raccogliere tutta la maestosità del Matapalo e le fronde più alte sfiorano il debole sole fra le nuvole.
Mi ritorna in mente Estela, donna, uomo, forza da vendere. Un toro scatenato della Selva per il bene della sua amata comunità e dei suoi figli. Capo della sicurezza, assessore al turismo, madre e chissà quante altre funzioni ricopre. Ci ha fatto da guida nelle nostre escursioni qui a Mayme, il primo giorno al belvedere Achonapen ed il secondo lungo il meraviglioso circuito allestito dalla comunità, con ponti e passamano su e giù per il fiume Entaz e le sue cascate. L’abbraccio di Estela ti stritola un po’, ma il suo viso di angelo selvaggio ti dice subito che sei al sicuro con lei.
È la figlia di Francisco Cuñivo, l’anziano della comunità. Uno dei pochi uomini di Mayme, degno di un’illustre nota. Tesoro di racconti e tradizioni, fulcro della cultura Yanesha, conosce i canti ed i balli originali e sarà stato di sicuro lui ad insegnare ad Estela i riti di ringraziamento al Monte ed alla sua Terra. Troppo vecchio oramai per accompagnarci lungo il cammino, ci ha però protetti con la sua benedizione prima di ogni escursione e la sera, accanto al fuoco, ci ha condotto, attraverso i suoi racconti, tra le gesta di fondatori ed eroi Yanesha.
Il mio palato si è abituato al menù Yanesha e con grande sorpresa scopro gusti nuovi e gradevoli. Adesso so cos’è la yucca, il platano in tutte le salse ed i pesci di fiume più saporiti. Si mangia bene e tanto, anche troppo. È una terra ricca, e l’acqua non manca per dar mille frutti gustosi. Almeno questa è la mia impressione davanti ai piatti pieni difficili da terminare.
Unica cosa davvero scioccante è stata ritrovarsi al risveglio davanti ad un pesce preistorico in brodo, invece del caffè espresso. Nulla contro il saporitissimo “Carachama”, ma son pur sempre un’italiana dalle cattive abitudini, e mi sarebbe bastato un caffettino! Ma con un po’ di buona volontà sono riusita ad apprezzare anche queste cose, anche grazie alle risate di Andrea e Lorenzo ed all’aiuto delle fauci di Venanzio!
Ritorniamo a Villa Rica, giornata libera e di riposo. Insieme a Valeria chiamiamo casa e compriamo le cose che potrebbero servire nei prossimi giorni: carta igienica e acqua. Domani partiremo per la comunità di Siete de Junio. Conosceremo Ector, il nostro autista di jeep che ci accompagnerà per tutto il resto della spedizione, ci condurrà all’interno della Valle di Palcazù, dove ci attendono le due comunità della parte media.(>> torna all'indice )
Ripenso ai viaggi in jeep con Ector, quei lunghissimi viaggi di ore che non pesavano per nulla.
Divertente, c’era un sacco da fare, stando seduta sul sedile posteriore a combattere con gli scossoni delle buche. La mente era così impegnata ad elaborare la luce che gli occhi le inviavano che il trascorrere del tempo era come annullato. Il concetto dello spazio e del tempo in Perù, nella Selva, è modificato. Vedi mari di montagne e orizzonti verdi, a scandire il tempo c’è solo il giorno e la notte. Mentre la jeep va per quelle strade, all’improvviso i tuoi occhi vedono degli animali liberi, una piccola capanna ed i suoi abitanti, seduti sul bordo della strada a guardarti con curiosità, un bel diversivo per la loro giornata.
E poi una mancia per un passaggio e tutti sul cassone della jeep: vecchi, bambini, buste di rafia con yucca e platani. Chissà che pensavano dietro quando avevo paura di guardare fuori dal finestrino, sul bordo di un precipizio o quando la jeep si inclinava sul fango.
Ricordo ancora quando abbiamo attraversato il monte San-Matias, uno spettacolo. Destianzione il settore Villa America della grande comunità di Siete de Junio. Una vegetazione fittissima che lascia spazio solo all’acqua che scorre come linfa fra le sue fronde. Ricordo distese infinite di prati verdi, verdissimi, illuminati da una perfetta luce solare e a contorno l’arcobaleno, un arcobaleno doppio, un perfetto arco di tutti i colori del mondo che sfiora la terra. Chissà quali tesori sono nascoti alla sua base, quante pentole piene d’oro o forse il vero tesoro è il racchiudere in un solo straordinario piacere degli occhi tutti i colori della Natura. (>> torna all'indice )
Comunità di SIETE DE JUNIO, 14-17 luglio 2009
Quello che mi viene subito in mente pensando alla comunità di Siete de Junio è una ola da stadio, un forte applauso e grida d’apprezzamento. David è il responsabile del turismo della comunità ed è orgoglioso del suo compito. Convoca tutti a casa sua, in una saletta allestita per le riunioni. Qui avvengono le presentazioni, il benvenuto, il saluto finale. E fu proprio durante il saluto finale che io, in uno spagnolo approssimativo, dissi di voler tornare. Gli applausi che derivarono mi fecero diventare rossa: la signora Carmen si prenotò per ospitarmi e la signora Graziela era felice perché avrebbe potuto farmi conoscere il suo bebè in arrivo.
Siamo arrivati nel pomeriggio, dopo un lungo e affascinante viaggio che ci ha portato a quote più basse della grande Selva. La mattina alle 8 il nostro “Fidel”, Lorenzo ci ha svegliato e più o meno addormentati siamo saliti per la prima volta sulla camioneta pilotata da Ector. Il viaggio è stato piacevole e non si avvertiva lo scorrere del tempo, scorrevano solo paesaggi mozzafiato e i brani di cumbia che imperterrita non lasciava respirare la radio.
Pausa pranzo ad AltoIsco, a casa di Roger, dove ci attendeva suo padre Augusto e una tavola imbandita alla miglior maniera. Una varietà incredibile di piatti, un buffet di delizie direttamente raccolte o cacciate per noi. Per la prima volta abbiamo assaggiato il “samaño”, una sorta di lepre, delle simil nocciole, altri tuberi mai visti, a parte le già note “yucca” e “pituca”, un pesce di fiume arrostito e per concludere le bananine più dolci del Perù.
Augusto, a parte essere un ottimo chef, è anche un “curandero”, pratica l’arte meravigliosa di saper riconoscere fra le mille piante della foresta quelle che hanno la proprietà di guarire i mali più difficili.
Ci ha mostrato il suo orto e spiegato come un esile piantina dalle foglie aghiformi può curare un cuore stanco, come il vapore emanato da un rosso fungo può eliminare i disturbi intestinali o come un innocente foglia di coca può aiutare l’uomo a sconfiggere molti dei suoi morbi.
Nella tradizione Yanesha un “curandero” non va a scuola, un curandero custodisce i suoi segreti fino alla morte, non li svela a nessuno, neanche ai propri figli. Impara a riconoscere le piante per pura dedizione, s’inerpica su per i monti o giù lungo il fiume, da solo, alla ricerca della preziosa medicina, ne testa i benefici su se stesso, ma ad usufruirne è tutta la sua comunità. Decenni di prove, di fede e di spiriti favorevoli rendono un curandero un uomo di scienza, un custode e difensore della vita.
Un arcobaleno splendidamente adagiato sulle verdissime distese d’erba ci porta fino a Siete de Junio, una delle comunità native Yanesha più grandi, conta circa 2000 anime, divise in 10 settori più o meno isolati fra loro. Il nostro settore base è appunto Villa America ed è lì che il nostro Ector ci scarica. Verrà a riprenderci fra una settimana.
Ad accoglierci è David, un uomo alto ed esile, emozionato e pronto a dar il meglio di sé per assicurarci una buona permanenza presso la sua comunità. È lui a fare le presentazioni ed è così che conosciamo la signora Carmen e la sua prole, la dolce Sumni e l’inseparabile fratello maggiore, nonché il pestifero Gabrielito ed il loro accompagnatore a quattro zampe, Beethoven.
Stavolta dividerò il mio dormitorio con la nostra guida, Roger. È la famiglia del signor Vito ad ospitarci, con la sua sposa, Graciela, e la loro nipotina che timida si affaccia dalla porta del nostro dormitorio.
La signora Graziela è proprio una seconda mamma. Parla piano e io sono goffamente costretta a chiedere conferma a Roger per saper se ho ben capito. È così che mi procura un comodo materasso e ogni cosa di cui potrei aver bisogno. Vito invece è più disinvolto e viene a farci compagnia durante i pasti, chiaccherando con me e Roger di caccia, raccolti ed illustrandoci un po’ la vita della comunità.
Adesso che la spedizione è finita, posso dire che il dormitorio assegnatomi a Villa America è il più bello che io abbia avuto. Tetto in paglia, ovviamente, pareti in bambù che lasciano entrare dalle sue fessure i raggi del sole che esaltano le numerose decorazioni. Le due finestre e buona parte delle pareti erano abbellite da tendine di semi colorati, conchiglie di fiume. Al centro del tetto erano appesi altri decori : paglia intrecciata a mano e fili di semi che rendevano ancora più magica l’atmosfera. E poi ancora pezzi d’artigianato appesi alle pareti, cappelli in paglia dipinti a mano, bamboline e ventagli. Al centro della stanza fra i due letti un tavolino e le sedie tutto con tronchi recisi su misura, dove una candela illuminava le conversazioni notturne con Roger, in un interessante scambio culturale. Fra l’altro, avevamo a disposizione lo spazio antistante la casa della famiglia dove, oltre al tavolo per i pasti, due comodissime amache attendevano me e Roger dopo le escursioni della giornata.
Lisa e Virginia sono ospiti dalla signora Carmen, la donna più espansiva di tutta la comunità, che è diventata subito un’amica, con la complicità che solo le donne sanno avere fra loro. Quando la notte era già scesa, aiutata dai suoi inseparabili figli, ci hanno fatto chiudere gli occhi e accompagnati con la mano chissà dove: sorpresa! Morbide coperte erano adagiate per terra, pronte per farci godere di quello sterminato buio che fa risplendere le mille stelle del cielo. Uno spettacolo unico, nessun inquinamento luminoso faceva risplendere quella parte di universo, e potevi distinguere stelle arancioni e blu, tutte a bruciare sotto l’occhio fisso e tranquillo della Croce del Sud.
Camminando per un sentiero sterrato, dopo aver attraversato un lungo ponte pedonale in ferro sul fiume Omaiz, arriviamo al settore Centro Castilla. Una staccionata in legno ci indica che siamo arrivati. Vengono incontro a noi uomini e donne in “cusmas”, gli abiti tipici Yanesha, suonando canti di benvenuto con tamburi e zampogne di bambù. Dopo le presentazioni, ci accompagnano all’orchidiario, un giardino comunitario dove decine di fiori, alberi e piante medicinali sono a disposizione dei nostri occhi curiosi. Al centro dell’orchidiario, fra alti alberi che danno una confortevole ombra e un delicato profumo di resina, sono sistemati per noi vari tronchi a cerchio. Gli abitanti di Castilla ci invitano ad accomodarci e ci offrono uno spettacolo culturale che ci trascina fuori dal tempo e ci rende partecipi di tradizioni rimaste straordinariamente immutate per secoli.
La cosa che più mi ha colpito è stata la partecipazione attiva dei bambini, attentamente seguiti dalla loro maestra, prova tangibile della trasmissione culturale tra le generazioni, processo molto difficile a causa delle contaminazioni del mondo “occidentale”. I conoscitori della cultura Yanesha sono rimasti in pochi, solo gli anziani parlano la lingua originale e conoscono i canti ed i balli dedicati al sole ed alla terra, raccontano storie e inneggiano alla natura ed alla fortuna di essere un vero Yanesha. Vedere cantare e ballare i bambini mi faceva sperare che questa cultura non sarebbe sparita per sempre. Tante piccole “cusmas”colorate naturalmente, dal marrone al viola, ornate di conchiglie, semi e piume danzavano e cantavano sorridenti davanti ai nostri occhi. Così come gli adulti, anche i bambini suonavano i tamburi e cantavano allegramente e le bambine danzavano con movimenti regolari e sfrenate corse in cerchio. Uno spettacolo per noi, ma anche per la comunità che orgogliosa rideva e applaudiva.
Un bagno in una piscina naturale, piccolo paradiso dalle acque limpide, ci ristora e ci prepara al pranzo comunitario che avverrà nella miglior capanna del villaggio. Tante squisitezze sono a nostra disposizione: pesce, pollo, “yucca”, platani, “pituca, insalata di “palmito” e di papaya, e, per la prima volta, i “suri”, larve di coleottero infilzate ed arrostite su lunghi stecchini. Con un po’ di timore ci convinciamo ad assaggiarle: strana consistenza, ma buon sapore in fondo.
Dopo un pranzo consistente non c’è di meglio che una pennichella sotto l’ombra degli alberi e poi si riparte per tornare a Villa America. Ovviamente senza dimenticare la classica foto di gruppo con autoscatto. Questa sul serio non la dimenticherò e penso che neanche gli abitanti di Castilla lo faranno, dopo le grandi risate causate dalla mia goffa caduta per raggiugere il gruppo entro 10 secondi!
Durante la passeggiata di ritorno la manina di Sumni non mi lascia neanche un attimo ed è piacevole chiacchierare con Marcial, che si è unito al nostro gruppo e ci accompagnerà per il resto della spedizione. Marcial è un personaggio importante fra gli Yanesha: è il responsabile del turismo della federazione delle comunità Yanesha, la FE.CO.NA.YA e qualche anno fa ne è stato anche presidente.
Un uomo sulla quarantina, sempre sorridente, con la battuta pronta e col suo inseparabile gilet. È piacevole stare con lui, si ride, ma in un attimo acquista la sua imponente autorità e zittisce tutti con discorsi importanti e pieni di buon senso. Ed è proprio con Marcial che all’ingresso di Villa America delle signore, per me sconosciute, ci danno il benvenuto e ci offrono da bere il “masato”, la bevanda tradizionale Yanesha.
Non sono delle signore beneficiarie del progetto di Terra e Popoli Onlus e questo mi fa ancora più piacere. Semplicemente perché sono straniera mi hanno offerto quello che da noi sarebbe il caffè e mi hanno chiesto se mi piace la loro terra. Io non l’ho mai fatto a casa mia.
Il terzo giorno nella comunità di Siete de Junio ci porta al settore Chispa. La passeggiata per raggiungere questo settore è un po’ più lunga, ma non ci facciamo scoraggiare neanche dalle nubi del primo mattino. Qualche goccia d’acqua non ci fermerà, dobbiamo superare il settore Castilla e proseguire per un’altra oretta di marcia attraverso il sentiero ricavato fra la fitta vegetazione. Il percorso è tutto pianeggiante e reso divertente dalla fanghiglia che le piogge della notte hanno causato, ma per fortuna il sole è tornato alla svelta e rende piacevole la nostra passeggiata.
Un ponte pedonale ci introduce a Chispa, un ampio spiazzale d’erbetta in cui dei bambini giocano a pallone si apre ai nostri occhi. David, che ci ha accompagnato, avvisa il capo del settore e gli abitanti e veniamo così accolti all’ombra di una grande tettoia di legno.
Uno dei motivi per cui ho deciso di intraprendere questo lungo viaggio era quello di conoscere il vecchio “curandero”, che avevo visto in un video promozionale delle spedizioni. Quell’uomo scarno, con pochi denti, la pelle rugosa che parlava delle sue piante come se fossero delle figlie dalle grazie e dai poteri magici, pronte a sacrificarsi per ogni uomo bisognoso di cure. Avrei girato tutta la Selva pur di poter scambiare due chiacchere con lui. Ed è proprio a Chispa che ho questo grande onore.
Di presenza è ancora più rachitico che nel filmato, ma la sua personalità si mostra altrettanto amplificata. Penso sia l’uomo Yanesha più anziano che io abbia conosciuto, scrivo penso perché nelle comunità è molto difficile stabilire l’età di una persona, segnata non solo dagli anni, ma dall’esperienze e dalle fatiche. Scopro che è il padre di David, ma vive in quest’altro settore della comunità in una capanna mimetizzata dalle dagli alberi e circondata dal suo orto di piante medicinali. È la prima volta che degli estranei, dei turisti venuti dall’altro mondo, gli chiedono di visitare il suo orto e di scoprire alcuni dei suoi segreti.
Un “curandero” non svela i suoi segreti, neanche ad un figlio. Ogni cultura ha le sue ragioni, la cosa bella è riuscire ad apprezzarne la sua integrità. Ci sarà un motivo perché un curandero non vuole svelare i suoi segreti, capisco e rispetto la sua paura nel dover svelarci le sue arti. Per tale ragione apprezzo ancora di più il suo sforzo, dopo momenti di perplessità, di spiegarci e mostrarci tutte le sue verdi figlie.
Finalmente il mio sogno di conoscerlo si è avverato, soddisfatta dai suoi monologhi su questa e quell’altra pianta, scopro con piacere che anche noi abbiamo conquistato il suo vecchio cuore e alla fine ci chiede di fare delle foto ricordo lasciandosi andare a forti e buffi abbracci.
Chispa ci ha regalato un’altra bellissima sorpresa. Non vi ho detto che il settore si chiama così perché sorge sulle rive del Rio Chispa. Un bagno nelle sue acque non poteva mancare. Subito sotto il ponte pedonale che porta al villaggio c’è un punto meraviglioso dove poter facilmente bagnarsi con tanto di roccia trampolino per fare i tuffi, cosa che ho ovviamente fatto con pochissima grazia. Per fortuna gli altri erano distratti dal colore cristallino dell’acqua che rispecchiava il verde della vegetazione attorno e l’azzurro del cielo, mentre le farfalle divertite si posavano sui nostri vestiti al sole.
Scivolando leggere sulle acque del fiume, sono apparse quattro zattere di legno, capitanate da David e da altri tre abili conduttori che ne controllavano l’equilibrio con dei lunghi bastoni. Seduti a coppia su ogni zattera, navigando sul fiume fra schizzi d’acqua e risate, siamo stati “vittime” di un rapimento mistico e cordiale, fra le bellezze naturali, gli scorci di vita che popolano le sponde del fiume e l’armonia e le risate dei miei compagni di viaggio: italiani e peruviani, tutti insieme a condividere momenti di felice spensieratezza.
Al risveglio scopro con stupore che non ho ben digerito il maiale fritto che ho mangiato con tanto gusto la sera prima. Dovevo aspettarmelo, nonostante mi senta parte integrante di questa nuova cultura, il mio fisico viene pur sempre da diverse abitudini e il mio stomaco mi ricorda che non ho mai mangiato così tanto maiale fritto. Per fortuna le amorevoli cure di Roger, della signora Gabriela e della sua magica “hierba luisa”, mi rimettono in sesto in poco tempo e posso godere anche di questa nuova giornata che trascorreremo interamente all’interno di Villa America.
I nostri amici yanesha hanno organizzato tutto. Si va a piedi sino alla laguna Yupanqui che attraverseremo in zattera sino a raggiungere l’altra sponda. Ci dicono che nella laguna vivono alcuni caimani. Niente paura, i saggi yanesha sanno che durante il giorno questi rettili dormono come degli agnellini e non c’è nessun pericolo. Arrivati a destinazione, troviamo ad aspettarci molti abitanti del villaggio, hanno preparato per noi una rappresentazione culturale. Un modo carino per farci conoscere un’antica usanza Yanesha, oramai poco praticata: la “Ponapnora”. Assistiamo alla rappresentazione del momento in cui un’adolescente, dopo essere stata rinchiusa all’interno di una capanna piccola e buia, lascia definitivamente il luogo in cui ha trascorso due lunghi mesi. Durante i giorni di segregazione, cominciati al manifestarsi della prima mestruazione, solo le donne hanno potuto relazionarsi con l’adolescente ed insegnarle le regole ed i mestieri necessari per il passaggio all’età adulta. Il momento in cui la ragazza abbandona per sempre il proprio rifugio si trasforma in un giorno di festa per la comunità: la ragazza, dopo essere stata amorevolmente frustata con una particolare ortica, viene fatta cantare e ballare dalle donne del villaggio ed è tenuta ad offrire a tutti la bevanda sacra Yanesha, il “masato”.
La nostra giornata continua con un pic-nic in riva al fiume con tante prelibatezze, suri compresi. Il sole è caldissimo e si trova riparo nella bassa vegetazione vicina, dove i nostri amici Yanesha hanno trasportato a spalla lunghi tronchi d’albero. Noi donne restiamo al riparo, mentre i tenaci uomini, nonostante il caldo e la pancia piena, si cimentano in una partita di pallone, mentre i bambini giocano nell’acqua del calmo fiume.
È divertente fotografare i campioni in “cusma” che calciano il pallone con l’entusiasmo dei grandi giocatori, ed i miei scatti, come al solito, si sprecano.
Oramai il maiale fritto è ben digerito e continua la mia permanenza a Villa America con un’innata naturalezza: mi sento a casa. Mi piace condividere le mie giornate con semplicità e questa gente è per me un grande esempio. Domani si parte a cavallo per Nueva Esperanza, ci addentreremo nella foresta.
Comunità di NUEVA ESPERANZA, 18-21 luglio 2009
Sarà il 18 o 19 luglio, il sole è spuntato da un po’. Saranno le 7:20. La prima notte a Nueva Esperanza è andata. Questa è la comunità più isolata che visiteremo, a ridosso della foresta primaria.
Già ieri per venire fin qui a cavallo nella foresta è stato un incanto, mi aspettavo di vedere una fatina alata da un momento all’altro. Adesso abbiamo finito di fare colazione: “yucca”, platani fritti e un canestro di platani freschi che vanno giù come caramelle.
Di ritorno dal circuito nella foresta primaria. Alberi che stanno lì da 2000 anni a dar vita a tutti gli altri, sono protetti dagli Yanesha col macete. Sono in pochi ormai gli alberi secolari perché li hanno abbattuti tutti per pochi centimos. Il bosco è vivo e si riempie di muschi, ragnatele gigantesche, orchidee da tutte le partie in mezzo a tutto quel verde spunta sempre un colore diverso, spicca ai tuoi occhi come un diamante, sono frutti, fiori di platano, foglie viola e rosse.
Adesso sono nella mia nuova capannina e scrivo sul tavolinetto di legno. Si sente molto forte il rumore del fiume Omaiz. È una colonna sonora dolcissima.
Arriva qualcuno, è Rogers che scosta la tenda e dice “buon appetito”, ci porta una papaya che ieri ci ha regalato la signora Graziela prima di lasciare Villa America. Una signora dolcissima che mi ha preparato tre volte il mate di “hierba luisa” per il mio stomaco nauseante. Donna timidissima, che parlava poco e piano, con gli occhi bassi, lavorava però come un mulo. Neanche il suo stato di gravidanza poteva fermarla. Mi ha trattato come una figlia, nonostante le difficoltà della lingua e alla fine mi ha pure regalato la corona e la fascia di semi della sua cusma.
Oggi si scrive alla grande!!È ancora pomeriggio, ma fra un po’ sarà già notte. Sono nella sala da pranzo del dormitorio di Rogers, Pepe e Lisa. C’è Rogers che canticchia come sempre seduto su un tronco reciso a mo di sgabello, un perfetto viso yanesha, se non fosse per la maglia dell’esercito e il cappellino sportivo. Prima ha dato vanto della sua forza con l’ascia, spaccando il tronco di un “palmito”, albero dalla corteccia spinosa che conteneva un tesoro. Siamo stati a caccia di “suri”, delle grosse larve da film dell’orrore. Le palme su cui crescono vengono abbattute due mesi prima, poi, al momento giusto, si va a caccia.
Il sacro suri cura tutto: bronchi, cuore e tutte le malattie, si mangia come se fosse un toccasana.
Dopo che il signor Fortunato ci ha provato invano con due palmiti, Rogers ci è riuscito e ha trovati due “suri” che, ancora in piena metamorfosi, non avranno la fortuna di diventare coleotteri.
Virginia continua a parlare in una lingua inconsulta. Lorenzo e Valeria sono in un dormitorio a 20 minuti da qui e non torneranno fino a domani. La solare Lisa sta riposando. Basta scrivere per oggi, arriva la signora Clara, sicuramente mi chiederà se voglio cenare qui, si fa buio.
21 luglio. Sono sicura della data perché so che è il giorno dell’addio a Nueva Esperanza. Lo zaino è pronto per il cavallo e io sto aspettando gli altri. Davvero bella questa comunità, è il centro della natura. Potrei restare qui tanto tempo, magari con una persona che apprezzi e voglia condividere tutte queste meraviglie. (>> torna all'indice )
Comunità di SANTA ISABEL, 23-26 luglio 2009
Penultimo giorno della spedizione, le giornate in comunità stanno finendo, sono già finite. Non si può avere sempre fortuna ed oggi il sole non ci ha accompagnati per nulla. Ho avuto un po’ di timore durante gli spostamenti sulle caratteristiche barche di legno con cui abbiamo solcato il grande fiume Pachitea.
Il sole ancora non è tornato e non penso che per oggi si farà vedere. Adesso, mentre tutti aspettano il pranzo, io faccio la romantica e scrivo in riva al grande fiume. Non avevo mai visto un fiume così grande. Sembrerebbe un lago, ma continua sia a destra che a sinistra. Dicono che in confronto al Rio delle Amazzoni questo è un ruscelletto, non riesco ad immaginare.
Gli abitanti dicono Santa Isabel è la comunità degli spiriti. Sarà per la nebbia che di notte sale dal fiume, sarà per il rumore lontano della pioggia che si sente da qui.
Le farfalle gialle riposano sulla riva e adesso mi hanno raggiunto i ragazzi. Siamo sull’isola di La Colmena, fra un’oretta arriveranno centinaia di uccelli che riposano sugli alberi di questa terra.
Viaggio di ritorno in Italia, 30 luglio 2009
È la fine del viaggio, fra qualche secondo l’aereo accelera e sarà una delle ultime emozioni.
Siamo in volo, sono lontana dal finestrino ma vedo il cielo sopra le nuvole: è il tramonto. Non avevo mai visto il tramonto sopra le nuvole. Dall’oblo del finestrino sono tre gli strati a far da quadro. In alto il blu intenso che mi ricorda il colore del cielo peruviano, il blu delle Ande, sulle immense distese di terra, quel blu talmente limpido da sembrare dipinto col pennarello.Poi il blu dell’oblò sfuma in un chiarore, una sottile striscia di luce che è separata dal nero delle magiche forme delle nuvole che rendono unici tutti i tramonti. Infine base del mio quadro oblò è un arancione intenso, un arancione strano, mai osservato da sotto le nuvole!! Mi ricorda i forti colori delle mante dei popoli andini.
Arriva la prima bibita del viaggio, io vorrei scrivere di tutto il viaggio, ma non so da dove iniziare e soprattutto non credo che il mio racconto finirà mai. Lo stuard mi da anche delle arachidi che mi hanno fatto venire in mente una delle prime tappe del viaggio. Alla stazione di La Merced, ultima cittadina attraversata prima di arrivare a Villa Rica, abbiamo comprato da una signora arachidi, fave e pop corn. Di lì a poco l’asfalto ci avrebbe abbandonati e saremmo entrati nel magico mondo del nostro Perù. Mi ricordo l’annuncio di Lorenzo: << fra un po’ abbandoneremo per sempre l’asfalto>> e così fu. In quell’ultima ora e mezza di viaggio, capii perché Lorenzo era talmente tanto innamorato di quei posti.
Il Rio Blanco si apriva ai nostri occhi grande e tormentato con le sue bianche pietre e a sovrastarlo gli alberi della Selva. Siamo sui mille metri d’altezza ed è qui che si trovano le prime comunità Yanesha che visiteremo ed anche Villa Rica, borgo coloniale, base della nostra spedizione . Ricordo che, nonostante la stanchezza dei due giorni di viaggio, la prima sera a Villa Rica già mi sentivo soddisfatta.
Eccoci pronti per partire per la prima comunità è Ñagazu, mezz’oretta in auto da Villa Rica, vicino a tutto ciò che è definito più civile, dicono, scomodo dico io. Ingresso trionfale, tutti i membri più importanti della comunità ci accolgono con tanto di cusmas, caffè e banane fritte.
E sì, esiste un Perù che nessuno conosce ed è quello che è diventato il mioPerù, un Perù che ti accoglie con le braccia aperte e il sorriso, non sarà un sorriso ammaliante da super miss, magari ti ritrovi davanti una donna normale, un’anziana che danza per te e ti sorride, ma per lo meno, senti nel cuore che quello è un vero sorriso, non un convenevole, è un ringraziamento di cuore, sincero. Prima di imbarcarci parlavamo con una signora di Roma ch eaveva appena fatto il tour classico del Perù. La sua impressione sulla gente peruviana era in forte contrasto con la nostra. ”Introversi e indifferenti”, diceva. La forza trainante del nostro viaggio è stata il calore che ci hanno trasmesso le persone con cui abbiamo convissuto per quasi un mese. Persone di natura, persone pure. (>> torna all'indice )
Simona Frasca
Simona, Rodrigo e Norlin
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