Testimonianze 
 
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IN VIAGGIO CON TERRA E POPOLI:  
DIARIO DI VOLONTARI IN TANZANIA (2009)  
 
Introduzione 
 
Ancora cinque anni fa, poco prima di aver compiuto il mio primo viaggio su questa terra, conoscevo la Tanzania per quelle peculiarità che mostrava al mondo intero e che ad esso  la rendevano nota e ricca di fascino. Le grandi riserve, il cratere di Ngorogoro, il Serengeti e la Sealus Game reserve, per citarne alcune, sono contenitori naturali di migliaia di specie animali e vegetali difficilmente ripetibili in altre parti del globo; il monte Kilimanjaro, il tetto dell’Africa, una massa imponente di nevi perenni e pietra vulcanica  a pochi chilometri dal caldo torrido della savana; il popolo Masai, gente dai particolari monili e stoffe colorate, allevatori di bestiame apparentemente così legati ad una cultura dai diversi secoli di tradizione. A ciò si aggiungevano gocce di storia  sulla tratta degli schiavi, sul sultanato di Zanzibar, arcipelago corallino cinquanta chilometri ad est dalla massa continentale, o sul colonialismo tedesco e britannico.  Infine  la cronaca nera di un paese dilaniato dalla povertà, terra di milioni di orfani dell’AIDS, di bambini uccisi dalla fame ed in generale di un nucleo oscuro che pensavo distante, intangibile, quasi inesistente. 
Ero molto più ragazzo di adesso, quando mi si presentò la prima grande occasione di visitare e vivere questa splendida terra. L’Africa lontana, la Grande Madre Paziente  si offriva con tutti i suoi misteri e le sue famose attrazioni per turisti a me, giovane ingenuo ed inesperto. Da allora, almeno con il cuore, non sono più tornato indietro.  
Oggi la Tanzania è un paese che sento mio: è la casa che condivido con decine e decine di amici africani conosciuti nel corso di migliaia di chilometri percorsi tra strade,  sterrati e villaggi;  è la mia seconda lingua, quello swahili che tanto mi dava soggezione quando porgevo ad un anziano i miei saluti e che oggi parlo con la disinvoltura e la passione di quella stessa  curiosità che mi ha permesso di impararlo; è quegli odori familiari, quel mare immenso, quei colori talmente vari ed intensi da semplificarsi all’occhio come un’unica luce omogenea, quasi per un senso di pietà o come ricordi d’infanzia difficili da collocare nel tempo o nello spazio. Da quel momento, dal mio primo viaggio, ne ho viste e passate tante. Ho vissuto sempre e solo tra la gente condividendone, nei limiti del mio essere bianco, gioie e dolori, svago e fatica, cieli stellati e lunghissimi temporali. Da quel momento e tra i tanti momenti che lo separano da quello in cui scrivo è nata Terra e Popoli, l’Associazione che ormai da due anni affida alle mani di noi volontari l’opportunità di vivere questa terra per periodi sufficientemente lunghi da riempire, volta dopo volta, quell’enorme contenitore che è la vita.  
Quest’anno siamo partiti in sette. Ognuno di noi ha assorbito, letto ed interpretato il proprio viaggio in relazione al tempo di permanenza, alle persone conosciute o al lavoro svolto. Alfio, Alessandro, Andrea, Chiara, Marzia, Stefania ed io nel corso di due mesi che probabilmente, per la loro maggior parte, rimangono intatti nei nostri cuori ma non nelle pagine dei nostri taccuini. La difficoltà nel descrivere sensazioni vissute a Msindo e tra la gente,  immagini lungo la strada o per le vie delle città, contraddizioni e peculiarità di questa parte di mondo, rende comunque lacunoso il contenuto di questo piccolo lavoro. Tuttavia, da quelle poche sensazioni risultate indenni a questo impervio processo di traslazione, sono nate le righe che seguono questa breve introduzione, parole con le quali non raccontiamo l’Africa ma un’Africa, quella che nella semplicità di pochi gesti si è mostrata immensa agli occhi di noi volontari. Riportiamo, dunque, una piccola testimonianza nella speranza che il messaggio di pace e condivisione che il viaggio ci ha trasmesso  salti ai cuori di chi legge come un richiamo alla vita, ad una nuova vita come quella che inizia ad ogni ritorno.(>> torna all'indice ) 
 
Davide Tumino       
    
L’Africa è un continente troppo grande 
per poterlo descrivere. È un oceano, un 
pianeta a sé stante, un cosmo vario e 
ricchissimo. È solo per semplificare 
e per pura comodità che lo chiamiamo 
Africa. A parte la sua denominazione 
geografica, in realtà l’Africa non esiste. 
 
Ryszard Kapuscinski. 
 
 
 
 
 
1. Ritorno a nuova vita 
 
(Marzia).Quando torni alla tua vita quotidiana ti accorgi di quanto sia cambiato il tuo modo di vedere ogni cosa, di quanto siano diventate semplici circostanze che ritenevi fastidiose e di quanto ti manchi quello che hai lasciato e che sicuramente non ritroverai altrove. 
 
(Alfio). Questi diciassette giorni sono stati per me come un salto nel passato, il mio amato passato scout. Ho rivissuto l’essenzialità, la semplicità, mi sono fidato e lasciato guidare come un giovane esploratore alla sua prima esperienza, ho risentito la forza della natura che mi circondava e mi rendeva piccolo, ma allo stesso tempo parte integrante di questo mondo. Ho ancora in mente i colori, il cielo stellato che mi lasciava estasiato, il colle di fronte casa e le passeggiate su in cima e poi...e poi il piacere di vedere il mondo dall’alto, i volti dei ragazzi, i sorrisi e la loro voglia di conoscere il mondo e gli interminabili saluti ogni volta che mi incontrava qualcuno. Potrei continuare ancora l’elenco ma e meglio smettere perché la commozione ha avuto il sopravvento. E’ strano come tutte le cose sembrano normali quando li possediamo, ma quando li lasciamo o li perdiamo assumono una importanza maggiore e ci mancano maledettamente. Sono tornato in Italia soddisfatto e con una gran voglia di vivere la mia vita e di affrontarla diversamente. Non so esattamente cosa sia cambiato, ma sento che qualcosa è cambiato. 
 
 
 
 
 
2. Contraddizioni metropolitane 
 
(Stefania). La porta che mi ha permesso di entrare in Tanzania è stato l’aeroporto di Dar Es Salaam. L’aeroporto è per eccellenza il non-luogo in cui i viaggiatori rimangono un po’ in sospeso nell’attesa della partenza o dell’immediato arrivo: è il tappetino, con sopra un maialino o una mucca, all’entrata di una casa in cui i piedi sostano per un po’, mentre con la mano si suona il campanello nell’attesa che qualcuno  apra. L’ambiente attorno non è frenetico come, per esempio, l’aeroporto di Londra o Chennai. Il tempo scorre lento qui. L’emozione che provo è smarrimento, confusione e curiosità per cosa e chi vedrò appena uscita. Cerco negli sguardi di chi mi controlla i documenti qualcosa di famigliare, recupero il bagaglio (per fortuna non smarrito quanto me) e sono pronta a scoprire questa nuova casa. 
 
(Davide). Arriviamo a Dar es Salaam il 14 pomeriggio in un'ora di punta caotica come al solito. Il clima di settembre ci risparmia quell'afa alla quale la città ci ha abituato in altri periodi dell'anno, mentre tutto rimane uguale, il forte odore dei tropici, la miriade di gente per strada, i mercatini rionali, il mare. Passiamo la prima notte al Jambo Inn, spartana Guest House sita nel particolarissimo quartiere arabo di Dar, a pochi passi dal centro; non prima però di aver gustato dell'ottimo kuku masala (pollo speziato) sul marciapiede antistante una bettola tra le viuzze della città.  
 
(Andrea). In città la vita è frenetica, caotica, il commercio è alla base dei rapporti interpersonali. In città si notano le forti differenze sociali. In città trovi il povero mendicante accanto all’uomo d’affari in doppio petto, la baracca di cartone così come la villa lussuosa; ad un lato della strada c’è chi centellina qualche fagiolo e chi dal lato opposto, invece, approfitta di un ristorante esclusivo. 
 
(Andrea). In fondo non è molto diverso da ciò che avviene da noi, ma la cosa che più mi ha colpito è che la classe dominante, la borghesia che gestisce l’economia della città non è composta da africani, bensì da indiani e mediorientali. In alcuni quartieri di Dar Es Salaam incontrare un nero che gestisce un esercizio commerciale,  un dispensario o una banca è praticamente impossibile. Gli africani ci sono, eccome!, ma pare che la maggior parte di questi svolga lavori umili, ricevendo trattamenti piuttosto scortesi da parte dei proprietari o di chi gestisce quella determinata attività. Perfino in quelle che noi volontari chiamiamo “fognoni”,  coloro che cucinano pietanze popolari  quali riso, pollo, o patatine sul ciglio delle strade, spesso non possiedono le griglie e i bruciatori necessari al proprio lavoro, ma lavorano per qualcuno di questi neo-coloni, per lo più ciccioni orientali che stanno seduti con il loro rolex al polso e si asciugano il sudore dando con veemenza ordini al loro subordinato. 
 
(Ale).Entrando nei soliti piccoli esercizi commerciali, ci rendiamo conto che il trattamento del cliente è stranamente vicino al modello euro-americano: entri, chiedi il prodotto da acquistare, paghi e vai via. 
L'idea che il valore del denaro abbia compromesso l'apprezzabile voglia di dialogare che contraddistingue il popolo tanzaniano si fa sempre più forte...Apparente idea di benessere, goduto da pochi, e montagne di rifiuti non smaltiti, patiti dal resto della popolazione: ci si chiede se questo è sviluppo.   
 
 
    
 
 
(Davide). Il denaro e la corruzione  che è capace di produrre da queste parti,  demoliscono la tradizione pezzo dopo pezzo verso un idea irreversibilmente dannosa di progresso. Dar es Salaam [...] mostra evidente questa piaga. La principale occupazione è quella del factotum che qui riguarda centinaia di migliaia di ragazzi. La strada antistante l'albergo dove abitualmente vivo quando mi trovo sulla costa è luogo di ritrovo per decine e decine di tassisti tutto fare in grado, tutti i giorni, di recuperarti o proporti qualsiasi cosa. Chi ti offre marijuana, chi un viaggio a Zanzibar, chi semplicemente ti chiede una sigaretta. Riconosco i loro visi tutti gli anni ma ricordo soltanto il nome di Mohamed, un ragazzo somalo che individuo solo per questa sua caratteristica. Allo stesso modo lui e gi altri ricordano la mia faccia ma non chi sono, come mi chiamo e cosa faccio. Per loro sono l'italiano che un tempo è passato da qui. Un tempo, non importa quando. A loro interessa se quest'anno avrò intenzione di visitare i parchi settentrionali, se domani avrò bisogno di una corsa in taxi o voglia di farmi una canna. Non importa se rispondi no tutte le volte, prima o poi avrai bisogno di qualcosa!  
 
(Marzia). Il primo suono che attira la mia attenzione è quello di monete agitate in maniera ritmata e costante nelle mani di venditori ambulanti di anacardi e ricariche telefoniche. È un suono che si distingue all’istante e che ti avverte della loro presenza nelle vicinanze. 
 
(Davide) I venditori di acqua fredda, sempre di fretta alla ricerca di clienti prima che il caldo la renda imbevibile, aggiungono rumore ai rumori di fondo. Poi bancarelle ed altri ambulanti, nomadi in costante movimento a portare con se prodotti di ogni tipo. Il venditore di cocco disseta i passanti per soli cinquecento scellini, così come angurie e banane diventano un delizioso spuntino quando il sole è alto ed il caldo asfissiante. 
Ma se la frutta e l'acqua giocano un ruolo determinante in una metropoli tropicale, non è proprio così per la vendita di oggetti prodotto della globalizzazione e della sua fame di mercato. Iniezioni di bisogni, iniezioni di consumo.  
 
(Davide). Qui la concorrenza è persino riduttivo definirla tale. Vecchissimi film di una Hollywood anni ottanta mostrano il mito di Silvester Stallone attraverso centinaia di giovanotti strappati alla loro terra e oggi impiegati nella spietata macchina del consumo. Zainetto sulle spalle, si avvicinano…sguardo sconfitto, sanno che tu quei film li avrai già visti mille volte, mostrando il prodotto attendono il tuo “no grazie!”, un colpo di fortuna od un insulto per riconsegnarsi, asciugato il sudore, al caldo torrido di un qualsiasi pomeriggio tropicale.   
 
(Davide). L'artigianato locale perde le sue peculiarità, omologandosi alle esigenze del compratore e non alla verve artistica di chi lo produce. Per trovare un pezzo d'ebano veramente originale la città non è certo il punto dal quale iniziare la ricerca. Tutto è prodotto per il turista e per le esigenze ed i gusti dell'occidente, mentre in questa pratica rischia di sprecarsi il cuore di una cultura sopravvissuta a secoli di sfruttamento e sofferenze. 
 
(Davide). Così, tra contraddizioni e lente tragedie l'originale volto dell'Africa rischia di perdersi nello stesso tentativo di sopravvivere, di inseguire quello sviluppo inteso da una tradizione ancora oggi, purtroppo, impreparata ad interpretarlo, valutarlo e renderlo proprio. Maendeleo (sviluppo) vuol dire migliorare la propria condizione, almeno così mi hanno detto in Tanzania. E' logico e coerente! Il buon proposito, tuttavia, è viziato da un contorno infimo e irresponsabile che apre la strada ad una nuova, l’ennesima,  era di colonizzazioni.(>> torna all'indice ) 
 
 
 
 
 
 
3. Verso il villaggio:  in viaggio tra savana e dintorni. 
 
(Stefania). Il corridoio che mi permette di entrare nelle altre stanze è la lunga strada percorsa con i miei compagni di viaggio da Dar-Es-Salaam a Msindo. Occorre armarsi di pazienza perché è un corridoio  molto lungo, per percorrerlo ci vuole circa un giorno con il pullman. Dai finestrini si ammirano i paesaggi e la vita dei tanzaniani.  
 
(Marzia). Seduta su un mezzo bizzarro, colorato e un po’ puzzolente vengo subito rapita da ciò che mi aspetta fuori il finestrino. Le ore passano e non mi accorgo di nulla. Nessun particolare può essere tralasciato, qualunque cosa è nuova e sembra importante. Cerco di cogliere ogni minuzia e di non perdermi nulla. 
Sulla lunga strada verso il villaggio, oltrepassando città, mercati, villaggi, savane verdi, i baobab sembrano distendersi e allungarsi in balletti e torsioni, forti e spogli sulla terra rossa. L’aria sembra diversa, pregna di un odore che prima infastidisce ma che poi inizia a mostrarsi in tutta la sua varietà, la luce appare accecante e il tempo senza coordinate. 
 
(Marzia). Ogni punto di sosta, arrivo o partenza è un’esplosione di voci e colori. Da un autobus ti può capitare di comprare di tutto, pollo già cotto e tagliato, fagottini con carne e patate, uova, pomodori, calze, mutande, canottiere e ancora, specchietti, forbicine, tagliaunghie, collane, orecchini, scarpe, anacardi, noccioline, sacchetti di cipolle, ogni tipo di frutta. La lista potrebbe essere quasi infinita. Appena la velocità inizia a diminuire i finestrini si riempiono di volti, mani ed oggetti, non troppo insistenti ma attenti ad ogni minimo cenno. Sanno quando è il momento di arrivare e provare ancora in un altro finestrino o quando invece è opportuno spostarsi e velocemente inseguire un altro mezzo con altri possibili acquirenti. 
 
(Davide). Sono decine i bus che a tutte le ore, dalla mattina fino alla buia notte africana, sfrecciano incontrastati lungo questo percorso, carichi di passeggeri, merci ed animali. La varietà dei colori, delle scritte e delle rappresentazioni grafiche esprimono la fantasia e la bravura di artisti e disegnatori al servizio delle varie compagnie di trasporto. Il loro fine è attirare clienti mostrando un'apparente sontuosità in quei mezzi che, a conti fatti, non garantiscono niente di diverso l'uno dall'altro per ciò che riguarda comodità, sicurezza stradale e puntualità. Lungo queste interminabili carovane, sul lato posteriore della carrozzeria di ogni pullman, una scritta auspica la benevolenza di quell’entità suprema che vigila sul loro viaggio…In god we trust!(Confidiamo in Dio!). (>> torna all'indice ) 
 
  
 
 
 
 
 
4. Tra fatica e tradizione: la vita rurale. 
 
(Davide). Stamani il villaggio era vuoto o almeno per strada si mostrava così, privo del solito via vai di gente tra i sentieri, il boschetto, il fiume. L'arrivo delle prime piogge corrisponde a tante ore di lavoro ai campi. Ci si alza prima del dovuto in questo periodo, alle sei si è già a lavoro, ci si sposta con tanto di fagotto: farina di mais, qualche litro d'acqua, una vecchia pentola, solitamente di fabbricazione keniota, ed un mestolo di legno. Da mais ed acqua si ricava l'ugali, la tradizionale polenta tanzaniana della quale la gente del posto va tanto fiera. Non esiste altro per  adesso, la pioggia non aspetta più di cadere. Si comincia a coltivare ed impostare la nuova annata con la solita speranza di sempre, quella di aver fatto la scelta  giusta ed aver investito quei pochi soldi a disposizione nei prodotti che meglio reggeranno la lunga stagione umida e troveranno una degna collocazione al mercato quando, tra marzo e settembre, la terra fornirà le proprie risposte.  Ed è con questo spirito che Nambehe si sveglia per darmi il suo saluto, così denso e tangibile che ai miei occhi diviene familiare e caloroso come sempre. 
 
(Andrea). Ciò che mi sono accorto durante la permanenza al villaggio è che esiste davvero una differente concezione della vita in queste zone rurali, che noi non possiamo afferrare né tanto meno sfiorare, imperniati come siamo delle nostre certezze, dalle abitudini e dalle comodità che il consumismo ha scaraventato nelle nostre vite. 
 
(Andrea). Il villaggio africano è rimasto parzialmente fuori da questo processo e tuttavia la gente continua a vivere tranquillamente anche senza televisione, internet, radio, etc… 
 
(Davide)...e qui l'africano si adatta, ci vive e ci trascorre spesso un'intera vita, con la zappa in mano si arrangia alle difficoltà di tutti i giorni inventandosi ogni modo per rendere la propria vita un minimo più decente o spesso solo per renderla vita, trasformare la fatica nel pane che tutti i giorni diventerà la fatica del giorno seguente. L'impervia esistenza dell'agricoltore, professione alla quale sono dediti otto africani su dieci, risulta spesso insufficiente alla sua riproduzione ed allora ci si barcamena tra migliaia di piccole cose da fare, alla ricerca di una possibilità di cambiamento. Chiedendo ad alcuni amici tanzaniani cosa intendessero loro per sviluppo, in molti hanno risposto che sviluppo vuol dire migliorare la propria condizione. Ma migliorare la propria condizione, qui in Africa, sembra una cosa così a portata di mano ma allo stesso modo così difficile da realizzare che si riversa negli equilibri secolari di questa terra in maniera ambivalente e purtroppo, spesso, insostenibile. 
 
(Davide). Trasportare un sacco con cento chili di mais tramite una bicicletta od un carrello a trazione umana per decine e decine di chilometri verso il mercato più vicino... Sudore e fatica per poche monete in più rispetto a quante se ne guadagnerebbero vendendo il prodotto al villaggio, dimostrano l'enorme propensione che l'africano mostra nei confronti del riscatto proprio e della propria comunità. Allo stesso modo le donne che preparano dolcetti la domenica, cambiando (un minimo) le condizioni delle loro misere finanze, abbelliscono l'uscita dalla chiesa per bambini e ragazzi di campagna. Ecco che allora basta poco o almeno basterebbe poco se una cultura come quella africana veicolasse la propria tradizione, aprendosi innanzitutto a se stessa e per se stessa riproducendosi.(>> torna all'indice ) 
 
 
 
 
 
5. Un tempo per  tutto 
 
(Davide). Agli occhi dello straniero inesperto, il ritardo in Tanzania potrebbe rappresentare un problema serio al quale trovare una rapida soluzione e ciò ancor di più se a parlarne è il sottoscritto, ritardatario per vocazione e capace di procrastinare molti degli aspetti della propria vita. Tutto qui sembra poter aspettare, fatta eccezione per i periodi di semina e di raccolta  durante i quali sono le condizioni meteo e la maturazione dei prodotti a dettare i tempi, rendendo cedevole ogni tentativo di rimandare le attività alle quali, mediamente, si dedicano le persone di un villaggio tanzaniano[...].Tutto il resto è un complemento, un contorno nella vita di tutti i giorni al quale dare il peso che merita, motivo di svago, distrazione, allontanamento da una routine che davvero poco offre a questa gente, una ragione in più per confrontarsi, parlare, sorridere, pensare, impegnarsi…non oltre il limite della puntualità. 
 
(Stefania). Mosè, un ragazzo del villaggio, mi rimprovera per il mio passo troppo veloce e mi chiede in inglese“why so fast?” (perché così in fretta?) e in uno swhaili per me poco comprensibile mi dice “pole-pole” che significa lentamente. 
 
(Marzia). Al villaggio è piacevole riscoprire il lento scorrere delle giornate scandite da fatiche ed emozioni. L’importanza di ogni sorriso, la specialità di ogni incontro, genuino e semplice. Ciò che non manca mai è il tempo per gli altri e per la cordialità che accompagna la giornata dalle prime ore del mattino fino alla luce fioca delle candele della sera, davanti ad una chitarra con una birra calda sotto un cielo infinito di stelle. 
 
(Stefania). Nambehe diventa per me una “palestra del tempo”, dove occorre allenarsi per poter essere almeno cosciente di un trascorrere lento. E così tutti i giorni mi alleno un po' ma il cammino è infinito, senza fine e senza fretta. 
 
(Chiara). L’aria tiepida di una sera di primavera in Africa, magico continente dai caldi colori terreni, dai suoni vivi e sazi di sana natura, che pone il tuo stato in essere al cospetto di una così immensa e incantevole avventura.(>> torna all'indice ) 
 
 
 
 
6. Gente di Nambehe 
(Stefania). La semplicità  e la pacatezza dei gesti quotidiani  rende la vita delle persone più completa e genuina. A Nambehe non c'è elettricità e acqua. Ogni giorno le famiglie, per potersi lavare e cucinare, prendono l'acqua dalla fontanella più vicina. E così un gesto semplice come aprire il rubinetto si dilata nel tempo, qui si trasforma in una passeggiata di bambini e donne che portano sul capo secchi colorati di acqua. Se ci riflettiamo un attimo c'è più tempo per stare assieme, nell'attesa si chiacchiera e si trascorre l'attesa: alla fontana mentre si riempiono le bacinelle (l'acqua scende quasi a gocce, quanta pazienza per riempire un secchio!), mentre si lavano i panni, mentre ci si sposta rigorosamente a piedi da una parte all'altra del villaggio e ancora quando si cucina sui fornelli a carbone. 
(Stefania). La mia cucina a Nambehe è per prima cosa un piccolo fornello di terracotta. Modesto, semplice che mi ha messo un po’ in difficoltà per l’accensione del fuoco. 
L’angolo della cucina che preferisco è la dispensa, dove si trovano tutti gli ingredienti necessari per buone pietanze tanzaniane. Per me la dispensa è il negozio di Kosma... Ma chi è Kosma? E’ una donna molto bella che ti accoglie sempre con un bel sorriso e con tanta pazienza anche quando arrivano dei nuovi italiani che conoscono poco lo swahili e hanno una pronuncia terribile. Il figlio di Kosma è Mapendo che significa amore ed è veramente un bambino adorabile e creativo, segue le orme del padre, William, geometra del villaggio e amico dell’associazione Terra e Popoli.  
 
(Stefania). Io definirei il punto vendita di Kosma così: “stanza buia al piano terreno all’interno di una casa, con scaffali parzialmente vuoti, aperta al pubblico senza orari precisi, senza porta, comunicante con i clienti attraverso una finestra con sbarre di ferro”. 
 
(Stefania). La nostra sala a pranzo non ha una fissa dimora, è estremamente mobile perché l’accoglienza e l’ospitalità nei confronti di Terra e Popoli e degli amici dell’associazione è indescrivibile. Un giorno si mangia a scuola, il giorno dopo si cena ad un matrimonio di una giovane coppia del villaggio e un’altra volta a casa di Engribert.  
Ma chi è Enrighbert? E’ la guida locale di Terra e Popoli...è un uomo a dir poco stupendo e solare. Gira con la sua rossa mountain-bike per le strade di Msindo e ci accompagna ovunque.  Asante sana (grazie) Engribet. 
 
(Davide). Il daladala (piccolo bus), l'unico che tutti i giorni offre due corse dal villaggio alla città e tornare, annuncia il consueto ritardo, fedele alla tradizionale lentezza che governa il tempo qui a Nambehe. Arriverà prima o poi, esattamente come è successo ieri, basta avere la pazienza di aspettare. Io ammazzo l'attesa in veranda con i compagni di sempre, i premurosi William ed Engribert sempre pronti ad occuparsi di ogni mia necessità, il loro modo per ribadire il nostro indelebile legame. Nulla si nasconde ai loro occhi, un mio gesto, uno sguardo, qualsiasi cosa, è sufficiente ad attirare la loro attenzione e chiedermi se c'è qualcosa che possono fare per me. 
 
(Davide). Esistono relazioni umane che spesso vanno oltre l'amicizia ed il mutuo e contestuale impegno. Stamani è questa percezione a colorare il mio risveglio, sentendomene membro, sentendomi membro, cioè, della grande famiglia di Nambehe che mi ha adottato. 
 
(Davide). Conobbi Abeli diversi anni fa. Rimasi subito colpito dalle condizioni in cui viveva e nonostante le quali mostrava una dignità ed una voglia di riscatto per se stesso ed il prossimo che non poté restarmi indifferente. Abeli vive a Kagera, isolatissima contrada in territorio di Nambehe. Pochissime case intorno e tanti terreni coltivati in salita, al fiume alcuni piccoli orticelli ed una mucca. La famiglia di Abeli è numerosissima e lui ne è il responsabile. Il fratello maggiore è andato via da anni, dopo aver scelto una vita da nomade. Tutto il mondo è paese quanto a cosiddette pecore nere. Ad Abeli rimangono una madre, tre sorelle e più di dieci bambini da mandare avanti. Lui sembra non preoccuparsene, da buon africano vede la vita come una sofferenza per la quale vale comunque la pena di continuare a vivere. La scorsa settimana siamo andati a trovarlo insieme a Chiara e Marzia. Una chiacchierata domenicale molto arricchente, almeno per quanto mi riguarda. Si è iniziato parlando di sviluppo e si è finito col parlare di vita. Per come vive, per come parla, per la gioia che trasmette con la sua cordialità ed i suoi sorrisi, pare che Abeli non immagini nulla che alla vita appartenga che non tocchi la relazione con il prossimo. Abeli ha pure la sua musica. Il suo gruppo, il Boma ya Nambehe, ha accompagnato diversi momenti nel corso del nostro campo.  Anche la musica, per Abeli, sarebbe  inconcepibile se non esistesse il suo contesto, la sua ispirazione.  
 
(Davide). Ufike salama!(Arriva in pace!). Non importa quello che hai da dire. Magari si, ci si prova pure a chiedere qualcosa, una banconota da cinquecento scellini o qualsiasi regalo ti capiti di frugare tra le tasche. Se non hai nulla, sarà per un’altra volta. Un saluto ed un gesto d’amicizia sarà tutto quanto è necessario tutte le volte che passerai da qui. Ufike salama! (>> torna all'indice ) 
 
 
 
 
 
 
7. Il boschetto 
 
(Davide). “All'ombra di un albero, in Africa” è il titolo del capitolo conclusivo di “Ebano”, raccolta di reportage che Richard Kapuscinski ha scritto nel corso dei suoi innumerevoli viaggi nel continente nero. Le considerazioni al termine di questo interessante diario di viaggio sono quelle relative alla centralità della vita intesa a trecentosessanta gradi, dalle componenti culturali alla mera sopravvivenza. Ma quali aspetti evidenzia l'ombra di un albero? Che esso sia un grosso mango tra la boscaglia, un baobab od un'acacia isolati tra la savana arsa dalla stagione secca, ciò che un albero racconta, tramanda, concede e raccomanda è la storia, realtà impossibile da collocare in frangenti temporali ben definiti ma che porta in se il fascino della tradizione  trasferita ai viventi attraverso riunioni tenute, appunto, all'ombra di un albero. L'albero è anche luogo di decisioni prese dalla comunità in maniera unanime, posto di lunghe, lunghissime discussioni finalizzate alla ricerca ed alla conservazione del benessere di coloro che a quella comunità appartengono. La tradizione collettivista è l'elemento di maggiore fascino che l'Africa porta in se, speranza di una terra che trova la sua forza nella relazione e nella condivisione di risorse economiche, culturali ed umane. 
 
(Stefania). A Msindo questo posto è il boschetto vicino all’abitazione affittata da Terra e Popoli. Gli anziani del villaggio si ritrovano all’ombra degli alberi per fare le riunioni. Kapuscinski nel suo libro scrive: “..quella gente ha salvato l’albero perché senza non avrebbe potuto vivere: per resistere a quel sole l’uomo ha bisogno dell’ombra di cui l’albero è depositario e datore…”. 
 
(Davide). Anche noi volontari approfittiamo di quell'ombra, incantati dal vento che soffia tra le foglie, in attesa che la notte ed il buio accompagnino le nostre riflessioni su quanto il boschetto ci ha raccontato nel corso di questa giornata africana.(>> torna all'indice ) 
 
 
 
 
 
 
8. I bambini, la scuola e il lavoro 
 
(Stefania). Entrando in questa stanza si sente una canzone, quella di Gaber “Non insegnate ai bambini, non insegnate la vostra morale, è così stanca e malata.....non gli riempite il futuro di vecchi ideali l'unica cosa sicura è tenerli lontano dalla nostra cultura…Giro giro tondo cambia il mondo”. 
 
(Alessandro). Martedì mattina di buon' ora, accompagnati dall'osservatore locale per conto di Terra e Popoli, Engribert Ngonyani, ci rechiamo presso la scuola elementare Nambehe, dove verrà messa in pratica parte del lavoro da svolgersi presso il bananeto adiacente agli edifici...I bambini, coadiuvati da noi volontari, si dividono tra  pacciamatura, concimazione ed irrigazione degli alberi, lavorando, giocando e ridendo, prendendosi in giro se qualcuno di loro è protagonista delle nostre fotografie. 
L'acqua per le piante viene presa dall'unico pozzo attualmente esistente, ma la  cosa non costituisce un peso per il lavoro in quanto Alfio, uomo instancabile e ottimo collaboratore, diverte i piccoli agricoltori, sospeso tra la voglia di farli ridere e una malcelata preoccupazione che uno di loro cada dentro il pozzo. 
Durante il seguirsi delle giornate l'iniziale timidezza lascia il posto alla voglia di lavorare e scherzare insieme da parte dei bambini, che prendono sempre più consapevolezza dell'importanza di ciò che stanno facendo e del motivo della nostra presenza presso la scuola. A tale proposito è stato indescrivibile sentirsi dire dai piccoli, che avevano visto arrivare Davide, “Kaka yetu anakuja!”.(Arriva nostro fratello!). 
Il lavoro prosegue così per tutta la settimana e il venerdì in tarda mattinata alla soddisfazione per quanto svolto fino ad allora si aggiunge la gioia dei nostri giovani collaboratori nell'apprendere che con l'arrivo degli altri volontari, oltre alla prosecuzione dei lavori, saranno loro dedicati alcuni pomeriggi di giochi. 
 
(Stefania). La scuola elementare di Nambehe dove Terra e Popoli porta avanti il progetto “Elimu ni dira - L’istruzione è la direzione”, è la mia stanza preferita quella in cui avrei voluto passare più tempo e quella in cui vorrei investire di più, arredarla e renderla più accogliente. Qui io e gli altri volontari ci siamo messi in discussione e abbiamo proposto ai bambini delle attività e dei giochi cooperativi. Che emozione sentirsi parte di un cerchio composto da circa sessanta bambini tanzaniani. Riuniti sotto il sole in un campo da calcio con le due porte sgangherate ho vissuto dei pomeriggi stupendi. Decidere cosa e come proporre, agli alunni della scuola, attività piuttosto che altre non è stato facile. Per prima cosa ci siamo interrogati sul senso del “gioco”. I bambini non possiedono dei giocattoli ma se li costruiscono con il materiale di recupero e tale elemento denota già una grande creatività. Di conseguenza anche noi abbiamo scelto di utilizzare materiale di. Inoltre ho osservato che all’interno delle istituzioni (famiglia, scuola…) non viene utilizzato il gioco inteso come strumento di divertimento e/o educativo ma tutto è molto centrato sull’attività quotidiana e lavorativa. 
(Stefania). I giochi proposti da noi volontari sono stati di tipo cooperativo che hanno come base teorica una pedagogia “nuova” che incoraggia la cooperazione, il senso critico, la socialità. 
(Stefania). Si aggiunge un altro elemento: il problema della lingua. Kapuscinski nel suo libro “In viaggio con Erodoto” scrive: “capivo che ogni mondo aveva il suo segreto e che la sola chiave per accedervi era la lingua. Senza di essa, il mondo che si voleva conoscere rimaneva impenetrabile e incomprensibile anche a restarci per anni…quanto più parole avessi conosciuto, tanto più ricco, pieno e variegato mi sarebbe apparso il mondo in cui mi trovavo…”  
(Stefania). Grazie all’aiuto di Davide, con il suo swahili,  della mimica di Andrea, e del mio improvvisare siamo riusciti a comunicare, anche perché i bambini sono veramente svegli e genuini. 
(Stefania). In questa stanza la porta rimane aperta perché, a distanza di un mese, sorgono in me diversi interrogativi. Quale impatto hanno avuto questi giochi? Come si sono incontrate la cultura locale e quella dei volontari (noi non volevamo importare nessun modello e soprattutto tener lontano da questo piccolo microcosmo le nostre rigidità culturali…)? Quanti elementi sono rimasti incompiuti dopo questo incontro? Spero un giorno di poter ancora soggiornare un po’ tra queste mura…(>> torna all'indice ) 
 
 
 
9. Le ore prima del ritorno 
(Marzia). Strette di mano, sorrisi, balli e canti cadenzano ogni giornata, mentre la fatica dei gesti quotidiani ti gratifica e ti fa riflettere. Cosi sdraiata sotto gli alberi del bosco davanti casa, scrivendo i miei pensieri mi chiedo come sarà il mio ritorno e come farò a non pensare a tutto questo. 
 
(Chiara). Gli ultimi giorni, la via del ritorno, il Daraja la Mungu...l’amico Rasta, la sua compagnia..il potere magico del tempo, della bellezza immune da tristi raggiri, gli splendidi panorami aggraziati dai  fluenti corsi d’acqua, il lungo cammino verso casa di Jafet; un tratto percorso su un mezzo di carico perlopiù sconsigliato dalla guida “viaggiare sicuri”. L’ebbrezza del godere della vita attimo per attimo che lo stesso credo della cultura africana vanta. 
 
(Davide). Tutti in cerchio a ballare e suonare, c’è sempre tempo per il resto, anche per il nostro viaggio. Quando la musica suona bisogna stare tutti insieme, così come stamattina. “Non potevo lasciarti andare via senza salutarti”. Le ultime parole di Abeli ed il suo ultimo sorriso. Il lavoro ai campi lo attenderà domani…oggi è la partenza di un fratello a richiedere la sua presenza.    
 
(Stefania). Vorrei portarmi a casa un po' di questo pole-pole per potermi decentrare dal caos frenetico di una città come Torino...safari Njema! (buon viaggio!).Forse non è la fine di un'esperienza ma l'inizio di un nuovo viaggio...(>> torna all'indice ) 
 
 
10. Una bella riflessione 
 
(Stefania). Vorrei concludere questo breve racconto sulla mia casa africana con alcune considerazioni. 
La prima è un consiglio ed un invito. Poco tempo fa ho letto un articolo sulla rivista Internazionale in cui si scriveva “le democrazie vive hanno bisogno di uomini liberi…hanno bisogno di persone coraggiose, indisciplinate, creative. Che osano, provocano e danno fastidio”. Io invito quindi a osare e ad avere coraggio di sperimentare le diverse case che il mondo ci può offrire. La solidarietà, la condivisione e il sapersi raccontare rende una casa veramente degna di essere vissuta. (>> torna all'indice ) 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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